14 Giugno 2009

tratto da Avvenire,
Lupus in pagina di Gianni Gennari
«Bilance sballate» in pagina.
Martedì “La Stampa” (p. 15) racconta la nota fiducia di Giovanni Paolo II nella psicologa polacca Wanda Poltavska, da lui conosciuta da sempre, e in passato raccomandata con efficacia guaritrice alle preghiere di Padre Pio, ma poi spara questo titolo: «Il Papa si fidava solo di Wanda». Dove lo «sballo»? In quel «solo»! Dunque il Papa non si fidava neppure del suo segretario? «Sutor, ne ultra crepidam» («calzolaio, non andare oltre la suola»): è sapienza latina per chi esagerava.
Altro giro di «sbilancio»? Corrado Augias (”Repubblica”, 10/6: «Lo studente con la maglietta di Fatima») rimprovera soave l’insegnante che in Sardegna in nome della laicità della scuola obbliga un tredicenne a togliersi una maglietta con la scritta «Fatima» e lo chiama più volte «bigotto», «aggiungendo che i cristiani” ripetono come pappagalli ciò che sentono da quel tedesco vestito in bianco». Augias ” bontà laica sua ” consente: ha sbagliato, ma” per «esasperazione», e subito aggiunge «per bilanciare» ” ecco il punto ” il ricordo della recente vicenda di un docente di matematica punito per aver sottoposto agli alunni un questionario sul gradimento della scuola di religione. Per lui era un «comportamento assolutamente legittimo». Assolutamente? Che succederebbe in ogni scuola se un insegnante facesse scrivere agli alunni, e poi lo rendesse pubblico, quello che pensano dei suoi colleghi e del loro insegnamento, gradito o subìto? Certe «bilance» laiche sono truccate, e viene il sospetto che lo siano “direbbe Totò ” «a prescindere», ogni volta che si tratta di religione. Brutto segno!
12.06.09

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14 Giugno 2009
Nel cercare, per il mio post (”visto e sentito in tivù - Quando manca un vera vocazione”), pubblicato su
http://www.associazionebarbarica.org/?p=8619 ,
il testo della canzone di De Andrè, mi sono imbattuto nel web in un’interessante comparazione, con commento di Enrico Meloni.
Ve la propongo.

LA CITTÀ VECCHIA
Fabrizio De André
Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi,
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi.
Una bimba canta la canzone antica della donnaccia,
quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui fra le mie braccia.
E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza.
Dove sono andati i tempi d’una volta, oh, per Giunone!
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione?
Una gamba qua, una gamba là gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino.
Li troverai là col tempo che fa estate e inverno,
a stratracannare, a stramaledir le donne, il tempo ed il governo.
Loro cercan là la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere.
Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte,
porteran sul viso l’ombra d’un sorriso fra le braccia della morte.
Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione.
Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie,
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.
Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte,
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette.
Quando incasserai, dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire: micio bello e bamboccione.
Se t’inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
in quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori,
Lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano,
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai e giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese.
Ma se capirai, se ricercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo |
………………………………………………………

CITTÀ’ VECCHIA
Umberto Saba
(da “Trieste e una donna”, 1910-12)
Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene e che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via. |
Ci troviamo di fronte a due testi apprezzabili sia dal lato estetico, sia per quanto concerne il messaggio che trasmettono. Tuttavia, a mio parere, il testo di Saba si presenta essenziale, denso e intrinsecamente musicale: basta a se stesso. Quello di De André ha invece bisogno della musica per essere completato. Si può dunque affermare che a proposito del testo di De André, il significato (cioè il contenuto) risulta sicuramente valido e interessante, mentre nella poesia di Saba, si riscontra che sono riusciti sia il significato che il significante (contenuto e forma), armonizzati tra loro con arte sincera e indubbio talento poetico.
Enrico Meloni
http://it.geocities.com/trepadri/index.htm
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