all’Israelitico di Roma

5 Luglio 2010

ulivo nel giardino

Quella fronda d’ulivo indorata dal sole,
quel ramo nodoso segnato dal tempo,
quella pietra solcata dall’acqua e temperie. 

In questo mattino d’un principio d’estate
mi sono scoperto appagato di vivere,
palpitando soltanto, senza voce di parola
come la fronda leggera, come la corteccia
bruna di quel tronco vecchio e rugoso,
come il masso lì messo, nella terra fiorita
su cui passeggero do respiro al mio cuore
e qui, per esistere, semplicemente siedo. 

Giuseppe F. Pollutri


blog poiesis: Non chiederci…

20 Febbraio 2010

E. Montale (quel che non siamo…) 

da Ossi di seppia, 1925

Non chiederci la parola

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo

Eugenio Montale (1896-1981)

È senza dubbio una delle poesie più celebri e citate di Montale. Si tratta del testo - scritto nel 1923 - che apre la sezione dei veri e propri Ossi di seppia nella raccolta omonima, e contiene alcune idee essenziali per capire la concezione della poesia e del ruolo del poeta secondo Montale.
L’autore si rivolge direttamente al lettore - o meglio, a quel lettore che esige dai poeti verità assolute e definitive - invitandolo a non chiedergli alcuna rivelazione, né su stesso né sull’uomo in genere, e nemmeno sul significato del mondo e della vita. Egli infatti, a differenza dell’uomo “che se ne va sicuro” perché ignaro ed insieme incurante del senso della propria esistenza, non ha alcuna “formula” risolutiva, ma solo dubbi e incertezze, o tutt’al più una conoscenza fondata sul contrasto: l’ultimo verso, infatti, è divenuto proverbiale e viene spesso citato da chi rifiuta di presentarsi come depositario di facili verità.

il popolo e la parola


per avere umana memoria

27 Gennaio 2010

Per il giusto, Oscar Schindler

Pietre e parole

Ho posato una pietra sul mio lacerato cuore di carne
Ho coperto con le mie ossa una terra intrisa di sangue
Ho cercato il volto di Dio in un cielo di fuliggine d’uomo
Ho pianto perché sono rimasto in vita fra i morti di allora
Ho gettato nelle parole un fruttuoso seme di vita

Sono morto al fine sereno nel vedere mio figlio
Generare ancora un figlio di carne ed altra speranza,
Fragile e nuda, ma tutta di pace, forse anche d’amore.

Giuseppe F. Pollutri


In Europa: Il Crocifisso negato

4 Novembre 2009

 Crocifisso negato

Con te, Cristo negato

Cristo pensoso palpito
fratello che t’immoli ”, gridava
sul Carso il “blasfemo” soldato
poeta Ungaretti , con suoi versi
perché uomo piagato ed offeso
come a fratello di pena
e d’amore …
                         - Cristo in croce,
là non s’ha più da esporre!

sentenzia
l’ europeo di Strasburgo, per noi,
ché libertà  nuova è non credere,
oggi  
         - E così sia per tutti

Facile rispondere “che non sanno
quel che fanno
”,  che più libero
ed umano
è il rispetto dell’altro
quando dico “io sono un cristiano”.
 
Vicina è, Gesù,  di tua Natività
nel presepe nostro il giorno,
ma più non diremo che sei
il Cristo, Tu
che più non hai nelle nostre aule
permesso e soggiorno.

Fuggiremo con te in esilio, ancora
e dove?
               Forse di nuovo in Egitto,
islamico che sia,
cercheremo nostra libera fede?

Giuseppe F. Pollutri


poesia a novembre

2 Novembre 2009

giunghi e canne in riva

di Novembre

Ora
che tu non vivi e manchi,
madre,
e più non dai alla mia voce un’eco,
rive bianche e di silenzio
mi attendono le ore,
ché di tua parola cerco pur sempre
memoria e il suono, 
                                    murmure
incessante onda musica sola
qui ascolto,
nella mia inattesa sera.

G. F. Pollutri

miomare


Fango, morte, vergogna a Messina

12 Ottobre 2009

alluvione a Messina - panorama

Noi vivi ai nostri morti

Perché sono morti, perché noi
vivi di parole che hanno di nuvola
contorno e forma, dimenticheremo,
quelle bare sono fango sulle nostre anime,
rituali lacrime poco vere e scarse.

Perché non più vivi, di gente nostra ora
recitiamo nomi in plauso e litania, inutili
assoluzioni, note omissioni e fughe,
ferito è il monte, livido il cielo.

La coscienza nostra è in alluvione,
lacrimata disfatta terra, null’altro resta.

Giuseppe F. Pollutri

dipinto di C. Mattioli


blog poiesis

17 Luglio 2009

fratelli a Caino

Molti gli uomini che in vita ho conosciuto
Con cui il passo accanto ho portato assieme
Avevano occhi per cupidigie loro accesi

Erano,
Per noia o rabbia, caini dissennati o fessi.

gfpollutri


Una canzone e una poesia (De Andrè, Saba)

14 Giugno 2009


Nel cercare, per il mio post (”visto e sentito in tivù - Quando manca un vera  vocazione”), pubblicato su
http://www.associazionebarbarica.org/?p=8619 ,
il testo della canzone di De Andrè, mi sono imbattuto nel web in un’interessante comparazione, con commento di Enrico Meloni.
Ve la propongo.


 fabrizio-de-andre.jpg



LA CITTÀ VECCHIA
Fabrizio De André


Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi,
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi.
Una bimba canta la canzone antica della donnaccia,
quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui fra le mie braccia.
E se alla sua età le difetterà la competenza
presto affinerà le capacità con l’esperienza.
Dove sono andati i tempi d’una volta, oh, per Giunone!
quando ci voleva per fare il mestiere anche un po’ di vocazione?
Una gamba qua, una gamba là gonfi di vino
quattro pensionati mezzo avvelenati al tavolino.
Li troverai là col tempo che fa estate e inverno,
a stratracannare, a stramaledir le donne, il tempo ed il governo.
Loro cercan là la felicità dentro a un bicchiere
per dimenticare d’esser stati presi per il sedere.
Ci sarà allegria anche in agonia col vino forte,
porteran sul viso l’ombra d’un sorriso fra le braccia della morte.
Vecchio professore cosa vai cercando in quel portone
forse quella che sola ti può dare una lezione.
Quella che di giorno chiami con disprezzo pubblica moglie,
quella che di notte stabilisce il prezzo alle tue voglie.
Tu la cercherai, tu la invocherai più di una notte,
ti alzerai disfatto rimandando tutto al ventisette.
Quando incasserai, dilapiderai mezza pensione
diecimila lire per sentirti dire: micio bello e bamboccione.
Se t’inoltrerai lungo le calate dei vecchi moli
in quell’aria spessa carica di sale, gonfia di odori,
Lì ci troverai i ladri, gli assassini e il tipo strano,
quello che ha venduto per tremila lire sua madre a un nano.
Se tu penserai e giudicherai da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni più le spese.
Ma se capirai, se ricercherai fino in fondo
se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo

………………………………………………………

umberto_saba.jpg

CITTÀ’ VECCHIA
Umberto Saba
(da “Trieste e una donna”, 1910-12)

Spesso, per ritornare alla mia casa
prendo un’oscura via di città vecchia.
Giallo in qualche pozzanghera si specchia
qualche fanale, e affollata è la strada.
Qui tra la gente che viene e che va
dall’osteria alla casa o al lupanare,
dove son merci ed uomini il detrito
di un gran porto di mare,
io ritrovo, passando, l’infinito
nell’umiltà.
Qui prostituta e marinaio, il vecchio
che bestemmia, la femmina che bega,
il dragone che siede alla bottega
del friggitore,
la tumultuante giovane impazzita
d’amore,
sono tutte creature della vita
e del dolore;
s’agita in esse, come in me, il Signore.
Qui degli umili sento in compagnia
il mio pensiero farsi
più puro dove più turpe è la via. 


Ci troviamo di fronte a due testi apprezzabili sia dal lato estetico, sia per quanto concerne il messaggio che trasmettono. Tuttavia, a mio parere, il testo di Saba si presenta essenziale, denso e intrinsecamente musicale: basta a se stesso. Quello di De André ha invece bisogno della musica per essere completato. Si può dunque affermare che a proposito del testo di De André, il significato (cioè il contenuto) risulta sicuramente valido e interessante, mentre nella poesia di Saba, si riscontra che sono riusciti sia il significato che il significante (contenuto e forma), armonizzati tra loro con arte sincera e indubbio talento poetico.

Enrico Meloni

http://it.geocities.com/trepadri/index.htm


per il Venerdì Santo della mia gente d’Abruzzo

9 Aprile 2009

San Bernardino all’Aquila  Chiesa delle Anime Sante AQ         casadellostudente…

Non vuole essere “esposizione” letteraria, quanto - ed è questa, ritengo, la funzione della poesia - dare testimonianza dell’emozione, della tristezza, del dolore, forti e simpatetici, che hanno mosso il mio animo in queste ore di tragedia, di distruzioni e atroci lutti, della gente d’Abruzzo. Della mia regione d’origine e di radicale appartenenza.

Già pubblicato su altri siti e blog, mi permetto di farlo anche su questo personale spazio internettiano. Perchè sia implicita …ammissione - semplice ed umile - di una comune umanità che sempre ci lega al nostro prossimo, vicino e lontano. E’, in fondo, un recepire l’insegnamento di Cristo più originalmente autentico, nel suo tempo e ancora oggi:
- Ama il prossimo tuo come te stesso, o - come ha scritto in una sua enciclica papa Benedetto - “Deus Caritas Est”, Dio è amore.

Questa è l’unica speranza di PASQUA che conta e che ci può unire.


 

Cristo cade sotto la Croce … (L. Picchi)

Del mio improvviso calvario

Quale nuovo inferno si è aperto
in terra stanotte a divorarmi casa
e cuore, a mettermi su una croce
prima che il Venerdi Santo sia stato
con canti e riti processionato?

Come di sasso, doloroso e nudo,
sta lì il cristiano d’Abruzzo, fra macerie
e livido cielo, a chiedersi
con lacrima alcuna
e senza più fiato o suono di voce:
Ecco, è giunto
il tempo che la nostra terra
sia ancora un Gòlgota, di passione
dolorosa, perché una madre, un figlio,
la mia consorte, il padre,
… il mio bambino, Dio!
non abbiano più voce né luce
o di risorgenza terrena
speranza
estrema alcuna. Ecco,
che io cerco con ruspose mani
frenetiche e nude
dei miei cari la vita, e trovo morte
fra polvere e sassi, impotente,
fustigato in cuore, uomo solo,
fratello per il vostro pianto,
stazione unica
del mio improvviso Calvario.

E ancora ti cerco e t’invoco Cristo,
e con te grido al cielo: Elì, Elì, lamma
sabachtanì!
                     … ma non so se questa
è rinnovata Fede mia o un desolato
urlo, soltanto.

Giuseppe Franco Pollutri,
il 06 d’aprile, dell’anno 2009

…uomini salvi


Restare, vivo fra i vivi

13 Febbraio 2009

in volo 

Vivo 

Se del dolore più non sopporti
il duro scandaglio che ferisce
a morte,
che il giaciglio è bara
ed Ara
d’una vita che la vita immola
per suo Fato o perchè  “Dio vuole”
fratello,
dona alla mia preghiera il canto
alla tua vicenda una persistente stella.
Se tu resisti, sgomento
anche il mio cuore resterà, con te
ancora e insieme,
vivo fra i vivi.
Giuseppe F. Pollutri

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