
Chi sapeva che Pietro (classe 1916) fosse anche poeta?
Dico di Pietro Ingrao, comunista di sinistra, nel Manifesto e poi fuori, nel Pds e poi contro, a Rifondazione ma senza convinzione, deputato insediato sull’alto scranno di Montecitorio, Cavaliere di Gran Croce, quello che in fondo al suo viaggio terreno ha detto e scritto “Volevo la luna”, aggiungendo un “sbagliando”, ma senza rimpianti e pentimenti per una “sua connaturata astrattezza – è stato scritto - una vocazione alla sconfitta: tutti vizi ben radicati nella sinistra italiana”.
Di poesie Ingrao ne ha scritto anche prima, come ai tempi del suo appartenere come tanti, divenuti poi “antifascisti” e “democratici” (Napolitano e Moro, Guttuso e Pasolini…), al GUF (Gioventù Universitaria Fascista). Vinse allora anche un 3° premio “littoriale”. (http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Universitario_Fascista)
La poesia ultima, pubblicata su l’Unità, il suo giornale, e diffusa in rete, specie su blog di sinistra allineati ed affini, dice di Gaza, è dedicata a Gaza, ai suoi morti, alla sottintesa ma chiara ferocia degli israeliani, mai nominati e forse mai veramente conosciuti (non dico amati).
Com’è strano l’uomo, con quanto imbarazzo – io che amo i poeti e poesie scrivo, senza gloria e pretese - mi trovo a far nuovamente le pulci a un testo letterariamente in versi!
Pietro Ingrao, a fronte di questo ennesimo inferno terreno, non esclama come già Ungaretti “uomo di pena” negli anni ’40 del novecento:
“Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S’è tanto allontanata?“
Lui, Ingrao, poeta militante, se la prende con le bombe che
“cantano l’inno alla morte
senza stancarsi mai…”
“ostinate tornano dal cielo
… fiorenti, e furenti”
“testarde inseguono gli stupiti fanciulli”…
E’ sincera l’indignazione e la pietà del vecchio Pietro? C’è da crederlo. Peccato che le maledette bombe cui pensa siano sole israeliane e i fanciulli in fuga solo palestinesi. Forse perché le bombe d’Israele sono “fiorenti e furenti” (…come i proiettili dei dimenticati carri armati sovietici sui giovani di Budapest?), e, in invece, i razzi d’Hamas sono poveri e trastullanti “razzi artigianali”, …che non fanno male, e comunque sono “la giusta risposta”!
Ma a Pietro, che per età potrebbe essermi padre, chiedo: a chi pensa con i versi
…
“perché vi serve la strage degli innocenti
e forse disperate sull’esistere
tornare a cantare la gloria
dell’uccidere
…
Voi così senza speranza”
…? Al popolo d’Israele o a quello tutto della Palestina?
“Cantano l’inno alla morte”, chi? Noi, e quante volte, abbiamo visto e ancora vedremo in TV la gente israeliana raccogliere, contendendoli agli accorsi cani randagi, in dignitoso silenzio, i brandelli di carne dei consanguinei e vicini (quelli definiti “i civili”), macellati in un bar, al mercato, in una sinagoga o su un autobus… e, sulla stessa terra, i palestinesi (uomini, donne ed innocenti bambini) inneggiare per queste stragi alla “guerra santa”, al “martirio” di sé e degli altri, “fino alla fine”, alla fine di un popolo odiato e nemico.
Perché “Allah è grande!”, come gridano anche gli islamici accasati da noi, e sponsorizzati dalla sinistra, davanti al Duomo di Milano ed altrove…
Tutto questo io non so se è ipocrisia, strumentale e sterile, estetismo inutile e per tanti dannoso: credo sia certamente veleno, alimenta l’odio, sempre e ancora e non ve n’è proprio bisogno. In fondo, mi addolora che quest’uomo, il personaggio Pietro Ingrao, alla fine di una vita di “battaglie”, di “lotte”, di parole dette e scritte, per tentare di dare a se stesso e agli altri persino “la luna”, non capisca che si deve essere sicuramente “di parte”, …ma dalla parte dell’uomo, che soffre, ovunque viva o muoia, quale che sia il suo nome o il suo credo.
Ha scritto, cito ancora, Ungaretti:
…
“Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco”.
da Il Dolore (1937-1946)
La tragedia dell’oggi è che non c’è più, in noi tutti, come nei palestinesi, neppure “innocenza”, e nel mondo “occidentale” neppure vero dolore. Tant’è che l’Ingrao letterario conclude significativamente il suo ‘poetare’ con:
…
“e sembriamo ora
solo capaci
di educarci all’indifferenza.
O scrutare allibiti.”
Ed è vero, assai vero! Ma – l’interrogativo a cui dovremmo dare risposta – è: non avremmo dovuto fare tutti, da tempo, qualcosa di più, che abbaiare alla luna?

Per chi voglia leggere per intero le poesie qui citate:
Per Gaza, di Pietro Ingrao
Mio fiume anche tu, di Giuseppe Ungaretti