…naturalmente

7 Febbraio 2009

 tenue infiorescenza

DONO

di Giuseppe Ungaretti

Ora dormi, cuore inquieto,
ora dormi, su, dormi.

Dormi, inverno
Ti ha invaso, ti minaccia,
Grida: “T’ucciderò
E non avrai più sonno”.

La mia bocca al tuo cuore, stai dicendo,
Offre la pace.
Su, dormi, dormi in pace,
Ascolta, su, l’innamorata tua,
Per vincere la morte, cuore inquieto.

Pensando alla sventurata Eluana e a suo padre Peppino Englaro


Quando si hanno soltanto parole….

6 Febbraio 2009

Che farci?

Oggi, nell’ora del sonno che tarda e non viene,
M’interrogo anch’io se dare morte in mente convinta
A Eluana Englaro, o restare nascosto nella pancia
Del popolo, certo che altri ancora diranno e udranno
Quel che occorre proclamare ed affermare, in tivù
E alle stelle, o alla nostra più vicina luna, che è lì,
A guardarci … Che dite, che farci?

E nella mente ancora ho memoria d’una madre
Come altre come tante, cui niente fu un giorno
Possibile deglutire, briciola di pane o altro che fosse
E infine neppure un umido sorso di fonte, 
                                                                        
                                                                         ed Alcuno
Di pubblica assistenza, oggi incalzante
Con precetti e morale, che abbia allora proposto
O imposto un introdotto …sanitario sondino,
Perché quella donna, quella madre di figlio, avesse
Ancora a cibarsi in così fatta maniera. Allora no
Non avvenne, di certo non fu. Il medico pensò
E non disse “è vecchia”, …“tant’é”, …“è nel tempo
Quello “giusto” …. Se ne andò, senza sentenze
O pubblico spudorato clamore,
Come suole. In un limpido mattino, era d’agosto,
Morì.

Fu uccisa, mio Dio? Ti chiedo con cuore nudo
Che farci?
  

Giuseppe Franco Pollutri , 04 febbraio 2009

nel mattino


Pietre e parole

27 Gennaio 2009

Per il giusto, Oscar Schindler

pietre e memoria

Ho posato una pietra sul mio lacerato cuore di carne
Ho coperto con le mie ossa una terra intrisa di sangue
Ho cercato il volto di Dio in un cielo di fuliggine d’uomo
Ho pianto perché sono rimasto in vita fra i morti di allora
Ho gettato nelle parole un fruttuoso seme di vita

Sono morto al fine sereno nel vedere mio figlio
Generare ancora un figlio di carne ed altra speranza,
Fragile e nuda, ma tutta di pace, forse anche d’amore. 

Giuseppe F. Pollutri


Cristo nero

21 Gennaio 2009

dal Cristo “di Michelangelo”. elab. graf. gfp09 Nudo, nero, niente sono …forse una cosa, ma neppure una cosa sono. Una cosa si vuole, si conserva, si cerca, si acquista… Io non sono una cosa. Nudo, nero, dimenticato, trascurato, non considerato, tollerato, oggetto di pietà, bersaglio dei potenti, strumento degli avidi, carne moritura dei politicanti. E anch’io, nudo, nero, sono figlio di Dio! Tu che mi hai dimenticato, ricordami. Tu che mi hai trascurato, pensami. Voi che mi avete bersagliato, pentitevi. Voi che, mi avete sfruttato, rimettetevi. Io non sono una cosa, sono più di una cosa, sono un vostro simile, un fratello, e ancor di più, sono il Cristo come te e più di te, come noi tutti e soprattutto sono il Cristo dei sofferenti, dei diseredati, dei perseguitati, degli oppressi. Cristo che muore in silenzio, se non sulla croce, certamente con essa. 

Giuseppe Porcelli

 


La voce (la poesia) di “un arabo”

12 Gennaio 2009

Ricevo a commento del mio “abbaiare alla luna” e volentieri pubblico.
E’ un testo toccante, poesia autentica, capace di far capire dall’interno il dramma di un palestinese, di ieri e di oggi.
Confesso che me ne sono sentito turbato e in effetti spiazza anche chi come me, tenta, e non è facile, di razionalizzare in cuor suo quanto ancora e sempre succede in terra di Palestina.
Resto convinto, comunque, che le posizioni politiche e le azioni militari di Hamas hanno cacciato il destino di questa gente in un vicolo cieco. E non vedranno la luce finchè la comunità internazionale non deciderà di intervenire seriamente, e non con le inutili “risoluzioni” dell’Onu, o pilatescamente con i pur necessari ”aiuti umanitari”.

Peraltro, non capisco perchè tale testo viene inviato a “A Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma”? Sempre nell’equazione impropria e sempre pericolosa: Ebrei/Israele?

Poesia di Maĥmud Darwish (1941-2008)
“poeta nazionale palestinese”:

Carta d’identità

“Scrivi :  sono un arabo;
la mia carta porta il numero cinquantamila.
Ho otto bambini,
e il nono nascerà dopo l’estate.
Ti dispiace forse ?
 
Scrivi : sono un arabo;
impiegato con i compagni della miseria in una cava,
ho otto bambini
per i quali dalla roccia
ricavo il pane,
i vestiti ed il quaderno.
Non chiedo la carità alle vostre porte
né mi umilio davanti alle piastrelle dei gradini.
Ti dispiace forse ?
 
Scrivi :  sono un arabo; un nome senza titolo
e resto paziente in una terra
dove tutto vive con impulso di furia.
Le mie radici si sono ancorate qua,
prima del nascere del tempo
prima dell’apertura delle ere
anteriormente ai cipressi, agli uliveti
ed al crescere dell’erba.
 
Mio padre …viene dalla stirpe  dell’aratro,
non è un figlio di signori privilegiati,
mio nonno pure era un contadino
né ben cresciuto, né ben nato !
Mi insegnava l’orgoglio del sole
prima di insegnarmi la lettura dei libri.
La mia casa è la guardiola di un custode
fatta di rame e di canna.
Sei soddisfatto della mia posizione ?
Ho un nome senza titolo !
 
Scrivi :  sono un arabo;
dai capelli color carbone
e dagli occhi bruni.
La mia descrizione:
un akal [3]  sulla kufiyya copre il mio capo;
e il palmo della mano duro come la roccia,
graffia chi lo oserebbe toccare.
 
Il mio indirizzo è :
un villaggio disarmato … dimenticato
dalle vie senza nomi.
 
Scrivi :  sono un arabo;
avete rubato la vigna dei miei nonni
e la terra che coltivavo
insieme ai miei figli.
Senza lasciare a noi nulla
né ai nostri nipoti …
se non queste rocce.
E’ forse vero che il vostro stato 
prenderà anche queste …
come si mormorava ?
 
Allora !
scrivilo in cima alla prima pagina :
“non odio la gente
né aggredisco  alcuno,
ma se divento affamato
la carne dell’ usurpatore sarà il mio cibo.
 
Attenzione!
Guardatevi
dalla mia collera
e dalla mia fame!”

200px-mahmouddarwish.jpg

mahmud dawish (da Wikipedia)


Abbaiare alla luna

10 Gennaio 2009

Pietro Ingrao

Chi sapeva che Pietro (classe 1916) fosse anche poeta?
Dico di Pietro Ingrao, comunista di sinistra, nel Manifesto e poi fuori, nel Pds e poi contro, a Rifondazione ma senza convinzione, deputato insediato sull’alto scranno di Montecitorio, Cavaliere di Gran Croce, quello che in fondo al suo viaggio terreno ha detto e scritto “Volevo la luna”, aggiungendo un “sbagliando”, ma senza rimpianti e pentimenti per una “sua connaturata astrattezza – è stato scritto - una vocazione alla sconfitta: tutti vizi ben radicati nella sinistra italiana”.

Di poesie Ingrao ne ha scritto anche prima, come ai tempi del suo appartenere come tanti, divenuti poi “antifascisti” e “democratici” (Napolitano e Moro, Guttuso e Pasolini…), al GUF (Gioventù Universitaria Fascista). Vinse allora anche un 3° premio “littoriale”. (http://it.wikipedia.org/wiki/Gruppo_Universitario_Fascista)
La poesia ultima, pubblicata su l’Unità, il suo giornale, e diffusa in rete, specie su blog di sinistra allineati ed affini, dice di Gaza, è dedicata a Gaza, ai suoi morti, alla sottintesa ma chiara ferocia degli israeliani, mai nominati e forse mai veramente conosciuti (non dico amati). 

Com’è strano l’uomo, con quanto imbarazzo – io che amo i poeti e poesie scrivo, senza gloria e pretese - mi trovo a far nuovamente le pulci a un testo letterariamente in versi!

Pietro Ingrao, a fronte di questo ennesimo inferno terreno, non esclama come già Ungaretti “uomo di pena” negli anni ’40 del novecento: 
Cristo, pensoso palpito,
Perchè la Tua bontà
S’è tanto allontanata?“ 

Lui, Ingrao, poeta militante, se la prende con le bombe che
cantano l’inno alla morte
senza stancarsi mai…”

“ostinate tornano dal cielo 
… fiorenti, e furenti”
“testarde inseguono gli stupiti fanciulli”…  

E’ sincera l’indignazione e la pietà del vecchio Pietro? C’è da crederlo. Peccato che le maledette bombe cui pensa siano sole israeliane e i fanciulli in fuga solo palestinesi. Forse perché le bombe d’Israele sono “fiorenti e furenti” (…come i proiettili dei dimenticati carri armati sovietici sui giovani di Budapest?), e, in invece, i razzi d’Hamas sono poveri e trastullanti “razzi artigianali”, …che non fanno male, e comunque sono “la giusta risposta”!
Ma a Pietro, che per età potrebbe essermi padre, chiedo: a chi pensa con i versi

“perché vi serve la strage degli innocenti
e forse disperate sull’esistere
tornare a cantare la gloria
dell’uccidere

Voi così senza speranza”
…? Al popolo d’Israele o a quello tutto della Palestina?

“Cantano l’inno alla morte”, chi? Noi, e quante volte, abbiamo visto e ancora vedremo in TV la gente israeliana raccogliere, contendendoli agli accorsi cani randagi, in dignitoso silenzio, i brandelli di carne dei consanguinei e vicini (quelli definiti “i civili”), macellati in un bar, al mercato, in una sinagoga o su un autobus… e, sulla stessa terra, i palestinesi (uomini, donne ed innocenti bambini) inneggiare per queste stragi alla “guerra santa”, al “martirio” di sé e degli altri, “fino alla fine”, alla fine di un popolo odiato e nemico.
Perché “Allah è grande!”, come gridano anche gli islamici accasati da noi, e sponsorizzati dalla sinistra, davanti al Duomo di Milano ed altrove…  

Tutto questo io non so se è ipocrisia, strumentale e sterile, estetismo inutile e per tanti dannoso: credo sia certamente veleno, alimenta l’odio, sempre e ancora e non ve n’è proprio bisogno. In fondo, mi addolora che quest’uomo, il personaggio Pietro Ingrao, alla fine di una vita di “battaglie”, di “lotte”, di parole dette e scritte, per tentare di dare a se stesso e agli altri persino “la luna”, non capisca che si deve essere sicuramente “di parte”, …ma dalla parte dell’uomo, che soffre, ovunque viva o muoia, quale che sia il suo nome o il suo credo. 

Ha scritto, cito ancora, Ungaretti:

“Dalle fattezze umane l’uomo lacera
L’immagine divina
E pietà in grido si contrae di pietra;
Ora che l’innocenza
Reclama almeno un eco
”.  
da Il Dolore (1937-1946)

La tragedia dell’oggi è che non c’è più, in noi tutti, come nei palestinesi, neppure “innocenza”, e nel mondo “occidentale” neppure vero dolore. Tant’è che l’Ingrao letterario conclude significativamente il suo ‘poetare’ con:

“e sembriamo ora
solo capaci
di educarci all’indifferenza.
O scrutare allibiti.” 

Ed è vero, assai vero!
Ma – l’interrogativo a cui dovremmo dare risposta – è: non avremmo dovuto fare tutti, da tempo, qualcosa di più, che abbaiare alla luna?

Ungaretti, Mio fiume…

Per chi voglia leggere per intero le poesie qui citate:

Per Gaza, di Pietro Ingrao

Mio fiume anche tu, di Giuseppe Ungaretti


Torneranno, non sarà vano

1 Gennaio 2009

Torneranno,
Si, li rivedremo, d’uno sguardo solo, d’un solo pensiero.
Torneranno, torneranno
Le nostre voci,
I nostri corpi, a vibrare assieme.
Un sicuro conforto,
Saperlo,
Non sarà vano.

g.f.pollutri


per l’anno nuovo, …

31 Dicembre 2008

“Sprofonderà l’odore acre dei tigli
Nella notte di pioggia. Sarà vano
Il tempo della gioia, la sua furia,
quel suo morso di fulmine che schianta.
Rimane appena aperta l’indolenza,
il ricordo di un gesto, d’una sillaba,
ma come d’un volo lento d’uccelli
fra vapori di nebbia. E ancora attendi,
non so che cosa, mia sperduta; forse
un’ora che decida, che richiami
il principio o la fine: uguale sorte,
ormai. Qui nero il fumo degli incendi
secca ancora la gola. Se lo puoi,
dimentica quel sapore di zolfo
e la paura. Le parole ci stancano,
risalgono da un’acqua lapidata;

forse il cuore ci resta, forse il cuore

(di Salvatore Quasimodo)


Er Benessere

23 Dicembre 2008

- Nun me dite sciocchezze.
Chi disprezza li sòrdi e le ricchezze
nun so’ asceti o idealisti,
filosofi o utopisti
o superiori o santi;
pe’ me so’ tutti quanti,
e l’ho capito tardi
‘na massa de buciardi. 

Da’ la gente, da la radio e dar giornale
se pò vedè che tutti quanti vonno
ammucchiasse ricchezze più che ponno
e nissuno de questi sta mai male. 

Ma si er troppo stroppiasse veramente
dovrebbe zoppicà parecchia gente…­ 

Antonio Fascianelli (da Du’ passi pe’ Roma, 1999)


Chi s’abbotta e chi…

23 Dicembre 2008

Ci stà chi magna e ‘bbeve e ’sse deverte
e chi no’ ‘n trova più l’occhi pe’ piagne,
chi dovérìa, no’ n’è che tandu sparte,
pe’ ‘lli poracci no’ ‘n s’ammittu lagne! 

Fannu le ‘gghierde a tutti l’animali,
‘gghiettanu li pollastri a ‘lla mondezze
mendre tande famigghie sònnu uguali
a ‘llo pèggiu ch’esiste: le schifezze! 

Così ‘gni giorno, sembre, s’aremmova
ogni giustizia, de’ ‘lla péggiu specie,
de chi s’abbotta e chi mancu né prova! 

Lu Padreterno varda, annota e segna,
nui ‘nvece no’ ‘n sendémo più raggiuni,
feniscerà che ci arde còmme legna!! 

Giuseppe Porcelli (da Lu paese méu – Tivoli 1984)