per il Venerdì Santo della mia gente d’Abruzzo
9 Aprile 2009Non vuole essere “esposizione” letteraria, quanto - ed è questa, ritengo, la funzione della poesia - dare testimonianza dell’emozione, della tristezza, del dolore, forti e simpatetici, che hanno mosso il mio animo in queste ore di tragedia, di distruzioni e atroci lutti, della gente d’Abruzzo. Della mia regione d’origine e di radicale appartenenza.
Già pubblicato su altri siti e blog, mi permetto di farlo anche su questo personale spazio internettiano. Perchè sia implicita …ammissione - semplice ed umile - di una comune umanità che sempre ci lega al nostro prossimo, vicino e lontano. E’, in fondo, un recepire l’insegnamento di Cristo più originalmente autentico, nel suo tempo e ancora oggi:
- Ama il prossimo tuo come te stesso, o - come ha scritto in una sua enciclica papa Benedetto - “Deus Caritas Est”, Dio è amore.
Questa è l’unica speranza di PASQUA che conta e che ci può unire.

Del mio improvviso calvario
Quale nuovo inferno si è aperto
in terra stanotte a divorarmi casa
e cuore, a mettermi su una croce
prima che il Venerdi Santo sia stato
con canti e riti processionato?
Come di sasso, doloroso e nudo,
sta lì il cristiano d’Abruzzo, fra macerie
e livido cielo, a chiedersi
con lacrima alcuna
e senza più fiato o suono di voce:
Ecco, è giunto
il tempo che la nostra terra
sia ancora un Gòlgota, di passione
dolorosa, perché una madre, un figlio,
la mia consorte, il padre,
… il mio bambino, Dio!
non abbiano più voce né luce
o di risorgenza terrena
speranza
estrema alcuna. Ecco,
che io cerco con ruspose mani
frenetiche e nude
dei miei cari la vita, e trovo morte
fra polvere e sassi, impotente,
fustigato in cuore, uomo solo,
fratello per il vostro pianto,
stazione unica
del mio improvviso Calvario.
E ancora ti cerco e t’invoco Cristo,
e con te grido al cielo: Elì, Elì, lamma
sabachtanì!
… ma non so se questa
è rinnovata Fede mia o un desolato
urlo, soltanto.
Giuseppe Franco Pollutri,
il 06 d’aprile, dell’anno 2009
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Scritto da gfpollutri